Come organizzare famiglia e lavoro quando si lavora in due

Come organizzare famiglia e lavoro quando si lavora in due

Pubblicato il 22 maggio 2020

La nascita di un figlio spesso è destabilizzante: i ritmi si modificano e vengono scanditi dalle necessità del piccolo. Anche il normale ritmo sonno-veglia può essere scombussolato dall’allattamento e dalle altre incombenze legate alla cura del neonato.
In genere, passati i primi mesi di assestamento, la situazione si normalizza e si instaurano dei nuovi ritmi che permettono di gestire la quotidianità più tranquillamente.

Tuttavia, se entrambi i genitori lavorano, è necessario organizzare i tempi da dedicare alla famiglia e quelli da dedicare al lavoro per permettere ad entrambi di assolvere al meglio i propri ruoli.

I diritti per i genitori che lavorano

La legislazione negli ultimi anni ha iniziato a tenere sempre più in considerazione le necessità dei genitori lavoratori, per permettere loro di esercitare quella responsabilità genitoriale, prevista dal Codice Civile, secondo la quale i figli devono essere mantenuti, educati e istruiti.

Rispetto a un tempo, infatti, la percentuale di donne lavoratrici è notevolmente aumentata, tanto che secondo i dati Istat tra il 1977 e il 2016 il numero delle donne occupate è cresciuto del 50%.  Se, infatti, alla fine degli anni Settanta solo un lavoratore su 3 era di sesso femminile, oggi 4 su 10 sono donne.

Se si considerano poi solo le coppie con figli, nel 2018 quelle in cui lavora solo l’uomo erano circa il 34% nel Nord Italia, il 30% nel Centro Italia e il 50% al Sud Italia.  

Sono molte le famiglie, dunque, che si trovano a dover far convivere gli impegni di lavoro con quelli familiari.

Di conseguenza, i diritti per i genitori che lavorano tengono conto di questa nuova situazione: dai bonus economici che contribuiscono nelle spese per baby sitting o per l’asilo nido, ai congedi di paternità e maternità e parentale, che permettono ad entrambi i genitori di accudire al meglio i loro figli.

Proprio recentemente sono state introdotte due importanti novità:

  • la possibilità di godere di tutti e cinque i mesi di congedo obbligatorio per la maternità dopo il parto, in modo da poter rientrare al lavoro quando il neonato è un po’ più grande;
  • l’aumento di un giorno di congedo di paternità.

Il rientro al lavoro dopo la maternità

Il rientro al lavoro dopo la maternità è senza dubbio una tappa delicata per l’equilibrio familiare, in particolar modo per la donna.

Dopo i mesi di congedo obbligatorio, ci sono ancora alcune possibilità di tutela, per garantire la possibilità di accudire al meglio il proprio bambino pur mantenendo la propria attività.

I cosiddetti permessi per l’allattamento forniscono la possibilità di avere fino a 2 ore al giorno, anche non consecutive, nelle quali assentarsi dal lavoro per poter allattare. Questi permessi si possono prendere in accordo con il datore di lavoro fino al compimento dell’anno del bambino e non richiedono che si dimostri che effettivamente si allatti.

In questo modo la mamma ha la possibilità, per esempio, di entrare al lavoro un’ora dopo oppure di avere una pausa durante la giornata. Anche chi non allatta, quindi, può avere un aiuto nella gestione familiare e per avere qualche ora in più di riposo.
Le ore di allattamento non hanno decurtazioni dello stipendio e vengono retribuite al 100%.

In alternativa, si può godere del congedo parentale: si tratta di un congedo fruibile fino a quando il bambino compie 12 anni e può essere utilizzato dal padre e dalla madre, anche contemporaneamente, per un massimo di 10 mesi totali, 11 in alcuni casi specifici.
Questo tipo di congedo può essere usato in modo continuativo o frazionato e fino al sesto anno di età del bambino garantisce una retribuzione del 30%. 

Congedo parentale e permessi per l’allattamento non possono essere goduti in contemporanea.

Permessi e congedi: il ruolo dei papà lavoratori

Per venire incontro alle necessità familiari, anche ai papà lavoratori sono state concesse delle tutele. La ratio è quella secondo la quale l’accudimento dei figli possa essere ripartita equamente tra mamma e papà, tanto più che oggi le mamme che lavorano sono molte di più che un tempo.

Se nei primissimi mesi dopo la nascita del bambino, il ruolo materno è preponderante per ovvi motivi fisiologici, come l’allattamento, man mano che il neonato cresce diventa sempre più importante il ruolo del papà, sia per quanto riguarda la stretta collaborazione domestica, sia a livello educativo e affettivo nei confronti del bambino.

Il congedo per malattia dei figli è un’altra tutela che va in questo senso: si tratta di un congedo che si può chiedere facoltativamente quando il bambino si ammala ed è fruibile da entrambi i genitori. Anche in questo caso è una tutela fruibile da entrambi i genitori, a condizione che non venga usata in contemporanea. Fino ai 3 anni del bambino non ci sono limiti di tempo, mentre dai tre anni in su vengono concessi 5 giorni per ogni genitore. Durante l’assenza dal lavoro per questi motivi non viene corrisposta alcuna retribuzione.

Come organizzare i ruoli tra papà e mamma

La progressiva estensione dei diritti a tutela della famiglia anche al papà tende a portare sempre più sullo stesso piano il ruolo dei due genitori.

Il tempo che viene liberato dalle incombenze lavorative può essere utilizzato anche dal papà per contribuire alle faccende domestiche: la presenza di un nuovo membro all’interno del nucleo familiare comporta un surplus di attività collaterali, sia quando sono piccoli sia man mano che crescono.

Se fino a una certa età si tratta di incombenze più strettamente legate al sostentamento e all’accudimento, con la crescita entrano altre necessità educative e sociali: dal portarli a scuola al seguirli nei compiti, dal fargli fare sport al giocare con loro.

Una buona organizzazione di tempi e ruoli fin dalla nascita diventa molto importante anche in prospettiva futura, affinché il bambino possa essere adeguatamente seguito da entrambi, pur mantenendo ciascun genitore la propria individualità e i propri caratteri personali.  

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