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Diventare mamma dopo il cancro: con la PMA è possibile.

Pubblicato il 6 agosto 2019

Fino a una ventina di anni fa diventare mamma dopo una patologia oncologica era considerata una speranza piuttosto vana.

Oggi la scienza medica ha fatto grandi passi avanti non solo dal punto di vista della remissione e guarigione dalla malattia, attraverso terapie oncologiche sempre più efficaci, ma anche da quello della possibilità di concepire attraverso le tecniche di preservazione della fertilità.

In questo senso è molto importante l’informazione. Da indagini statistiche, pare che il ricorso alle tecniche per preservare la procreazione è ancora poco richiesto dalle pazienti. Le cause andrebbero ricercate nella scarsa conoscenza delle possibilità offerte oggi dalla scienza medica a cui, però, molto frequentemente si accompagna una non adeguata informazione da parte del personale oncologico.

Da un’indagine condotta tra il 2012 e il 2016 è risultato che sebbene tutte le donne in età fertile interessate da patologie oncologiche e da trattamenti chemioterapici o radioterapici siano state informate dei rischi, non vi è stato un corrispondente interesse verso la preservazione della fertilità. Sebbene oltre il 50% delle pazienti si sia dichiarata interessate alla maternità, la percentuale di richieste di approfondimenti e consulti riguardo alla preservazione della fertilità non ha raggiunto nemmeno il 30%. Solo il 12% poi sono le pazienti che hanno attivato le procedure necessarie.  

Sebbene in tempi più recenti sia aumentata notevolmente l’attenzione verso il desiderio di maternità di chi è malato di cancro, il rischio è che l’unico obiettivo sia il superamento della malattia, senza tenere conto del danno psicologico che può derivare alle pazienti oncologiche ancora in età fertile nel momento in cui si rendono conto che rischiano di non poter avere figli.

Spesso infatti le terapie oncologiche, seppur fondamentali per aumentare le probabilità di guarigione e la speranza di vita, possono avere degli effetti collaterali, tra cui l’insorgenza dell’infertilità secondaria. Il danno psicologico che ne consegue potrebbe addirittura mettere a rischio la guarigione del paziente.
Anche per questo, oltre che per garantire il diritto alla maternità anche alle pazienti oncologiche, è fondamentale una informazione completa e corretta.

Non solo diventare mamma dopo il cancro con la PMA è possibile, ma può essere un incentivo per migliorare la qualità della vita e uno stimolo molto importante verso la guarigione.

È pericolosa la maternità dopo il cancro?

Un tempo pensare di diventare mamma dopo aver avuto il cancro era considerato non solo molto improbabile, ma anche pericoloso. Si temeva infatti che una gravidanza successiva al tumore avrebbe potuto portare alla recrudescenza della malattia.

Uno studio condotto dall’Ospedale di Macerata in collaborazione con l’Istituto Europeo di Oncologia ha preso in esame un campione di 1200 pazienti oncologiche in età fertile, le quali erano diventate madri dopo la guarigione dal tumore. I risultati hanno attestato come non ci sia alcun collegamento tra la maternità delle pazienti oncologiche e la probabilità di una recrudescenza della malattia.

I timori su un presunto collegamento tra le tecniche di preservazione della maternità e l’insorgenza di tumori alla mammella, all’utero e alle ovaie, anche su donne che in precedenza non erano state colpite da patologie oncologiche, è stato a lungo supposto e indagato. Il sospetto era orientato soprattutto verso gli effetti collaterali della stimolazione ormonale necessaria alla crioconservazione degli ovociti. Uno studio pubblicato sul British Medical Journal ha preso in esame i casi relativi a 255mila donne che si sono sottoposte alla PMA tra il 1991 e il 2010. Dall’incrocio dei dati parrebbe che le probabilità di ammalarsi per chi si è sottoposto alla procedura siano in linea con quelle di chi non si è sottoposto. 

È quindi provato che mettere in atto tecniche di preservazione della fertilità non ha alcun rischio: anzi, in pazienti oncologiche alcune di queste tecniche, come la crioconservazione del tessuto ovarico, risultano addirittura utili per riportare alla normalità l’equilibrio ormonale dopo la malattia e permettere una vita normale. 

Le tecniche per la preservazione della fertilità per motivi oncologici

Le tecniche di preservazione della fertilità per le pazienti oncologiche (dette medical freezing) sono diverse e presentano caratteristiche diverse.

Si tratta di tecniche di Procreazione Medicalmente Assistita che consentono di preservare la fertilità attraverso la crioconservazione degli ovociti, la crioconservazione degli embrioni o la crioconservazione del tessuto ovarico.
La crioconservazione degli ovociti è una tecnica ormai piuttosto diffusa che si basa sul congelamento e la conservazione degli ovociti prelevati prima del trattamento chemioterapico. La crioconservazione ha dato ottimi risultati anche con la conservazione degli spermatozoi.

La crioconservazione degli ovociti non viene effettuata solo per pazienti oncologiche, ma è una tecnica utilizzata anche per patologie che riducono la capacità riproduttiva, come endometriosi, cisti ovariche, malattie autoimmuni e malattie infiammatorie del colon.
Attualmente si usano due tecniche di crioconservazione:

  • Congelamento lento: è la tecnica più tradizionale che prevede, appunto, un congelamento degli ovociti in tempi lunghi. Gli ovociti, una volta ripuliti, vengono immersi in soluzioni chimiche e inseriti in un congelatore biologico che lentamente li porta alla temperatura di .150°.
  • Vitrificazione: è invece una tecnica più recente e d’avanguardia, che prende il nome dall’aspetto che assumono gli ovociti una volta congelati. La rapidità di questo tipo di congelamento servirebbe a eliminare il rischio di formazione di ghiaccio nella cellula, che può causare alterazioni alla struttura della cellula stessa e renderne più difficile la sopravvivenza.

La crioconservazione degli embrioni, introdotta in Italia nel 2009 sulla base di una sentenza della Corte Costituzionale, è un processo simile a quello della crioconservazione degli ovociti. Richiede la presenza di un partner dà migliori probabilità di successo e riduce il rischio di gravidanze multiple.

Infine, la crioconservazione del tessuto ovarico consiste nel prelievo di alcune cellule che verranno congelate e conservate per poter poi essere reimpiantate dopo la sospensione delle terapie oncologiche e la remissione della patologia. In questo modo la funzionalità riproduttiva dovrebbe riprendere l’attività spontanea e, oltre che permettere il concepimento, garantire una migliore qualità della vita.

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